martedì 9 gennaio 2018

FM - La componente psicologica ?

La componente psicologica della fibromialgia?

Boh. Dipende cosa si intende. Se volete insinuare che il fibromialgico è una persona paranoica e disturbata e per questo crede di stare male, ecco potete pure chiudere questa pagina perchè con voi non ci parlo. Non è assolutamente così, nonostante le bufale che girano sul nostro conto.

Se invece parliamo del fatto che lo stress ci fa stare peggio, ci stiamo avvicinando. Essendo molto sensibili a qualsiasi stimolo, intolleranti e allergici a rumori, odori e luce, naturalmente anche uno stato di tensione e malessere, con persone che ci criticano e ci urlano, andrà a costituire un elemento ambientale di disturbo. Non solo aumenterà il mal di testa, ma il dolore in generale.
E come si spiega?

Sembra un fenomeno psicosomatico, invece è una cosa diversa.

Sappiamo che è psicosomatico avere l'ulcera a forza di arrabbiarsi, o avere un infarto per una brutta notizia. Viene dal modo in cui digeriamo le cose, se ci rattristano ci sono conseguenze. Comunque è una cosa che si può gestire, evitare, si può diventare più forti delle cattiverie che ci dicono. 

Non so di preciso perché c'è la consuetudine di associare 'psicosomatico' a 'inventato', forse per il motivo che se permetti a qualcuno di farti venire il nervoso, sei un debole... no, neanche, è più come il mal di pancia dei bambini che hanno avuto traumi a scuola, si tende a pensare che sia tutta finzione, solo per restare a casa... la verità è che sono malesseri non ancora pienamente compresi e chiari, quindi le favole abbondano, mille teorie e nessuna certezza. Fatto sta che a un certo punto "psicosomatico" ha cambiato significato e ogni malattia psicosomatica si ritrova appiccicata questa etichetta di dubbio e condanna. 

Ma la fibromialgia non è psicosomatica, nelle sue manifestazioni tipiche di dolore diffuso e persistente. Può aggiungersi dell'altro, ma è soprattutto neurologica.

Quello che succede a noi lavora ad un livello più profondo, più "animale", riguarda le emozioni più primitive, la minaccia e la tana. Quando non ci sentiamo tranquilli, quando ci sentiamo minacciati, allora scatta la paura.

È qualcosa di immediato, di elettrico, la paura può immobilizzarti, può agitarti e lo fa subito. Viaggia nei nervi, impulsi elettrici, è il sistema che assicura la nostra sopravvivenza.

In quanto animali, dobbiamo ubbidire all'istinto, davanti a un pericolo la scelta è tra combatti o fuggi. Essendo malati ad ogni ora di ogni giorno, siamo a tutti gli effetti degli animali feriti per il nostro cervello, che rimane in allerta finchè non ci sentiremo al sicuro, nella nostra tana o nel branco. 

Quindi la paura è creata per tenerci vigili e attenti finché non siamo fuggiti al sicuro. C'è ipervigilanza durante i momenti di paura, si è molto più ricettivi, ogni rumore, ogni movimento.

Il problema per il fibromialgico inizia quando la paura continua senza fermarsi mai, quando la persona si sente ancora in pericolo, e il corpo ne risente in due modi:
- innanzitutto la condizione di emergenza toglie energie al normale funzionamento del fisico, e se viene protratta per giorni, organi meno vitali si fermano, o rallentano al minimo, come l'intestino ecc.  (Il normale funzionamento si ripristina solo se si fermano i dolori, eventualità più unica che rara)
- seconda cosa, la paura manda in circolo l'adrenalina che serve a reagire (combattere o fuggire), se ne accumula tantissima perché quel rubinetto è sempre aperto e non viene bruciata in un'azione, il nostro corpo resta fermo dov'è. 

Questa PAURA è, per queste dinamiche di eccesso di adrenalina e di energia dirottata altrove, come una benzina per il dolore. Indirettamente, finisce per fare male.

Se il dolore non fosse riproposto all'infinito come un'eco, come un loop, invece di finire quando dovrebbe, la fibromialgia sarebbe quasi sopportabile.

Resterebbe il fatto che una pacca amichevole sulla schiena equivale a una bastonata (iperalgesia) e che una carezza delicata è come passare una grattugia.

Sì, sarebbe lo stesso insopportabile, che anche se solamente ti siedi senti male, tutto quello che hai sotto è scomodo, duro, pungente, mentre quello che hai sopra è pesante, una coperta, un lenzuolo, l'atmosfera stessa ti schiaccia come se la forza di gravità si concentrasse tutta lì. 

E si torna all'utilità dell'ipervigilanza,

è utile se nella prateria senti l'odore del predatore lontano (ma non è pratico se ti viene da vomitare se qualcuno indossa un profumo), 
è utile se la vista si acuisce e vedi bene e lontano, pupille ben aperte per vedere anche nel buio (è terribile se non sopporti più la luce al pari di un vampiro),
è utile che il gusto diventi molto preciso e potenziato per riconoscere veleni o erbe nocive, o carcasse marce -per dire, non sono mai stata cavernicola (non mi serve che tutto mi sembri salatissimo e piccante)
è utile poter captare un rametto spezzato dal nemico, un fruscio in lontananza (è un inferno se senti distintamente la musica che viene da tre appartamenti più in là, e tutto rimbomba in testa)
Infine è utile il tatto, sentire le consistenze, le vibrazioni (ma è dura se senti la vibrazione di ogni singolo veicolo o camion che passa nella strada e ti martella la spina dorsale, e non puoi neppure sederti in una automobile accesa, che trema troppo, senza parlare dei bassi della musica del vicino).

L'ipervigilanza è nostra amica, però basta!! A un certo punto spegni questo allarme, che il pericolo non c'è più.

Se l'ipervigilanza è il motivo per cui i soldati tornati a casa non riescono ad abituarsi alla normalità (coi loro sensi potenziati dal pericolo, tutto è rumore, confusione, e se li tocchi ti saltano al collo), è facile capire che siamo di fronte a un problema grosso, a una modalità di pericolo (o di guerra, come volete) che non si disattiva quando sei di nuovo al sicuro. 
Perché si esagera, si sta in allarme troppo a lungo, non può essere sano. La guerra non è sana, pensa un po'.

Spero che si capisca dove voglio arrivare, confesso che questo tema mi turba, ho un amico soldato che vive questo problema e per il quale sono molto preoccupata. Mentre era in missione, non si capiva chi dormiva peggio, se io col dolore e la tensione, o lui abbracciato al suo fucile. Entrambi a dormire con un occhio aperto, lui per necessità e io per abitudine.

Ci siamo scritti durante il tempo della sua missione. È stato l'unico anno della mia vita in cui mi sia sentita capita in tutto il mio dramma, e da parte di chi in quel momento stava molto peggio di me. Come se solo quella persona potesse rendersi conto di cosa vuol dire essere sotto attacco tutto il tempo, non poter scappare dal proprio destino, cos'è un nemico imbattibile. 

Forse è stato un errore continuare a chiedere comprensione a chi non sapeva dove sbattere la testa, ma è andata così. Un amico ti aiuta. Non mi avrebbe abbandonato, così come non abbandonava i suoi uomini. 
Siccome raramente trovo chi mi ascolta, ho approfittato di questa corrispondenza. E io ascoltavo cosa aveva da dire lui, dettagli che nessun film potrebbe mostrare, un'anima devastata, un candido "detesto uccidere, ma sono bravo a farlo" , ed è lì che qualsiasi morale sparisce, non puoi permetterti di giudicare, tu cosa faresti se fosse questione di vita e di morte? 

E naturalmente la guerra vuole i giovani, quindi parliamo di un ragazzo poco più grande di mio figlio, che non dovrebbe essere in quell'inferno ma davanti alla playstation... appunto. Tornando al discorso del corpo, la modalità normale è giocare a uno sparatutto e sentire l'adrenalina, poi spegnere il gioco e fare altro, tornando a valori chimici ottimali. Il corpo del fibromialgico è davvero in guerra, spara, si spaventa, adrenalina, poi si ripara in trincea e non si rilassa, restando teso, vigile, sveglio. Non si spegne più.
C'è molta differenza.

Perché continuiamo a sentirci sotto attacco? Essenzialmente è uno strascico chimico, dal dolore precedente, ma tutto lo stress, le accuse, i pregiudizi, le ingiustizie, le battutine, i problemi pratici, economici, relazionali, essere creduti pazzi, tutto questo ci crea nuovi scompensi chimici, rabbia, dispiacere, e di nuovo PAURA... 
La paura del dolore (motivo per cui la tortura funziona sempre, tutti hanno paura del dolore fisico) si unisce ad altre paure di vario tipo, preoccupazioni, pensieri, proiezioni di un futuro pessimo, di catastrofe.

Certo non è nulla rispetto a un cannone puntato addosso, ma è il nostro cannone, il nostro nemico, dal quale non troviamo mai riparo, sono condizioni che ci raggiungono dappertutto. 
Da un predatore ti nascondi, dal nemico scappi, ma non puoi sfuggire ai tuoi problemi, alle tue responsabilità, alla tua vita che va in pezzi. È la tua guerra, non finisce mai, non puoi far nulla per farli smettere, nessuno ti crede, ti aiuta, si allea con te, sei solo e ancora più spaventato... è logico che il corpo si ubriachi di adrenalina e tensione, è troppo. È troppo per chiunque. 

Poi questa gravità, questo senso di eterna disperazione, può variare: potrà manifestarsi di meno, se la persona ha ricevuto cure efficaci che alleviano i dolori (= meno paura), se ha accanto persone che la sostengono e proteggono (diminuendo così il senso di pericolo e la paura), se impara a non nutrire le proprie paure. Per la prima cosa è solo fortuna, sul resto si può lavorare. Per la sua componente psicologica. 

Quella corrispondenza mi ha dimostrato quanto è falsa la famosa frase che ci propinano sempre "pensa a chi sta peggio"... sarebbe un modo per suggerire che non va poi così male, immagino. Per farci riconsiderare la gravità della nostra situazione.
Beh, vi assicuro che non funziona. Se conosci chi sta peggio, pensi a chi sta peggio... cioè ti preoccupi anche per lui! Almeno io sono così, non mi so rallegrare delle disgrazie altrui. Perché dovrei? 

A conti fatti, la maggior tensione (preoccuparsi anche della sopravvivenza di una persona lontana, guardare il telegiornale con viva angoscia) era compensata dalla scoperta, dalla crescita, dal parlare a lungo di argomenti che la gente normalmente evita: la morte, la vita, la crudeltà e la tenerezza... degli estremi che si ha sempre paura di mostrare, ma che ci appartengono. È stato come vedere per la prima volta che l'essere umano ha tante altre sfaccettature.

Capisci la guerra e capisci la paura. Capisci la paura e freni la fibro.

di Nadia Semprini * dreamer
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